MASSIMO CASALNUOVO ASPETTA ANCORA GIUSTIZIA

24 Febbraio, 2014 0 Di admin

massimoQuesta è la storia di Massimo, un ragazzo di appena 22 anni, che ha perso tragicamente la vita il 20 agosto del 2011 nel suo paesino in provincia di Salerno, Buonabitacolo. Massimo stava rientrando a casa dopo il lavoro a bordo del suo motorino; come tutti i giorni, anche quel 20 agosto aveva aiutato suo padre Osvaldo nell’officina di famiglia. La sera, insieme agli amici del suo paese, sarebbe dovuto andare al concerto di Jovine, un artista reggae napoletano molto conosciuto in Campania, ma a quel concerto Massimo non arrivò mai.
Sulla strada che porta verso casa, all’uscita di una curva, c’era un posto di blocco dei carabinieri, ma era sera, la visibilità scarsa, non c’erano segnali luminosi che avvertivano della presenza della pattuglia. Massimo, quindi, non vide immediatamente cosa c’era dopo quella curva, provò ad evitare l’impatto e sterzò, ma il motorino sul quale viaggiava  venne colpito da un calcio sferrato in maniera brusca da uno dei carabinieri. Massimo venne sbalzato violentemente su un muretto poco distante; morì poco dopo a soli 22 anni.  Ancora oggi non si è ottenuta giustizia per quella morte.
Insieme al padre di Massimo, il signor Osvaldo Casalnuovo, ripercorriamo con questa breve intervista alcuni passaggi di questa storia, alcune sensazioni provate da tutti gli amici e i familiari di Massimo soprattutto in relazione alla recente assoluzione del carabiniere indagato.
Al termine dell’intervista, troverete un video allegato. E’ il documentario “ Mi chiamo Massimo e chiedo giustizia”, prodotto dalla Dadalab produzioni per la regia di Dario Tepedino, all’interno del quale viene descritta in maniera dettagliata tutta la vicenda legata alla scomparsa di Massimo.

La prima domanda che vorrei porle riguarda il processo in cui è stato assolto il Maresciallo dei carabinieri imputato per la morte di Massimo. Perché è stato scelto il rito abbreviato per il processo? In questo modo non è stato, infatti, possibile ascoltare né i testimoni né dibattere in aula. E’ stata una scelta che, in qualche modo, ha influito sulla sentenza di assoluzione?

Avvalersi del rito abbreviato è previsto dal CP e non spetta a me giudicare se sia stato determinante o meno ma, in ogni caso, esso deve sempre prefiggersi il raggiungimento della verità. Ciò che invece mi ha amareggiato è stata la mancanza di un’attenzione maggiore che avrebbe dovuto porre il Giudice incaricato nella valutazione del caso, sicuramente non mi sarei mai aspettato il modo approssimativo e frettoloso con il quale si è conclusa l’udienza che, dopo solo quattro ore, ha emesso una sentenza di assoluzione con formula dubitativa. Mi sono sempre chiesto il perché di questo dubbio, dubbio che secondo me poteva essere dissipato con un più approfondito esame, questo modo di agire per un momento mi ha fatto perdere di vista quei valori nei quali ho sempre creduto, quei valori sacri che mi ha inculcato mio padre con i suoi tanti racconti quando mi parlava, con le lacrime agli occhi, dei suoi trascorsi di guerra per la difesa della nostra Patria e per garantire alle future generazioni i valori, i diritti ed una giustizia uguale per tutti, mai e poi mai avrei pensato di dovermi ricredere. Purtroppo devo dire che tanti anni di lotte e tante morti innocenti non sono servite se ancora oggi siamo sottoposti ad atteggiamenti che reputo non corrispondenti al dettato Costituzionale.

Dopo aver letto le motivazioni della sentenza di assoluzione, avete prontamente presentato la richiesta di appello. Cosa vi aspettate per il futuro?

Ovviamente dopo il primo momento di amarezza abbiamo, di concerto con il mio avv. Cristiano Sandri che ha sposato la causa con grande professionalità e soprattutto sensibilità, dato il via al ricorso in appello. Non ci si può arrendere quando si conosce la verità e soprattutto quando ti vedi strappare un figlio nel fiore degli anni con un futuro tutto da vivere; io ho altri due figli che insieme a Massimo sono la mia ragione di vita ed è per loro che mi sto battendo affinché  continuino a credere in un mondo in cui vengano rispettate le norme costituzionali, senza corruzioni, falsità e che faccia piena luce su tutto quanto è accaduto, confidando nella correttezza di chi dovrà riprendere in mano questo caso. Come ho sempre detto io non chiedo vendetta ma chiedo solo che mi si dia l’opportunità di continuare a credere nella legalità.

Ha definito l’anomalo posto di blocco effettuato dai carabinieri quella sera come “Una imboscata”. Sono state molte, infatti, le regole non rispettate dagli stessi carabinieri quella sera a partire proprio dalla posizione della loro vettura, posizionata subito dopo una curva, dove la visibilità era molto scarsa. A ciò si aggiunge anche l’assenza di qualsiasi segnalazione luminosa che indicasse la pattuglia che effettuava il blocco ed il fermo di due veicoli contemporaneamente, tassativamente vietato quando il posto di controllo è effettuato da soli due militari. “Degli uomini invisibili” che non hanno rispettato le regole del loro lavoro hanno portato via Massimo. Cosa ha pensato quando è venuto a conoscenza di tutte queste anomalie?

Fin dal primo momento dell’accaduto ho pensato che non poteva esserci colpa da parte di Massimo, conoscevo troppo bene mio figlio per non capire subito che c’era qualcosa di strano, troppe cose non rispecchiavano quello che doveva essere un  normale controllo, le modalità con la quale è stato eseguito e la mancata osservanza delle norme di sicurezza atte ad assicurare la salvaguardia del cittadino mi hanno subito portato a pensare che era un qualcosa del tutto improvvisato, quasi fosse un’imboscata, quindi il mio pensiero è andato oltre, ho pensato subito che si volesse nascondere la verità ad ogni costo ed i fatti successivi mi hanno dato ragione: in primis il fatto che, con mio figlio palesemente agonizzante, al nosocomio di Polla, guarda caso, è arrivato prima il carabiniere per farsi refertare un dolore al piede e poi non mi è mai stato spiegato il perché dell’intervento di ben due ambulanze per il soccorso di Massimo, successivamente con il tentativo di far passare un intero paese come gente senza correttezza e priva di moralità, solo perché si sono ribellati alle evidenti azioni di depistaggio da parte delle forze dell’ordine sopraggiunte quella sera sul posto e attraverso comunicati stampa con accuse a dir poco infamanti si è cercato di infangare la figura di mio figlio.

Il carabiniere indagato, e successivamente assolto, per la morte di suo figlio non è mai stato sospeso dal servizio, ne tanto meno è stato allontanato dal territorio in cui si sono svolti i fatti. Il pensiero corre subito ai quattro poliziotti che hanno ucciso, e per quella morte sono stati anche condannati, Federico Aldrovandi. Tre di loro, dopo aver scontato una lieve pena, sono rientrati in servizio. Come fate a convivere con la possibilità che potreste incontrare quelle persone coinvolte in vario modo con la morte dei vostri figli?

Devo dire purtroppo che non riesco a comprendere il modo di operare della nostra Giustizia, le persone semplici, così come lo sono io, fanno fatica a capire come si può concedere la libertà o l’assoluzione quando sono state ampiamente dimostrate le responsabilità di questi soggetti, mi sono sempre chiesto quale meccanismo perverso scatta quando in questi casi sono implicati tutori dell’ordine. Io mi auguro di non trovarmi mai a cospetto di chi ha causato tanto dolore anzi devo dire che, poiché nel mio caso i componenti della pattuglia implicati nella vicenda non sono mai stati sospesi dal servizio ne tantomeno allontanati dalla sede di appartenenza ed essendo il nostro un piccolo territorio, evito con la massima cura ogni occasione che potrebbe causare con loro un incontro fortuito, ad esempio, se ho bisogno di cure ospedaliere cerco di avvalermi di strutture fuori zona, evito anche di fare una visita a qualche persona ricoverata nell’unico nosocomio a nostra disposizione oppure di andare da amici che abitano nei paraggi per non correre il rischio di incontrarli, ovviamente questo non è vivere ma cos’altro può fare una persona onesta quando non è tutelata ne rappresentata dagli organi costituzionali?

Subito dopo il tragico evento, si è formato il “Comitato Giustizia e Verità per Massimo”. Ancora, come tantissimi altri familiari, avete ricevuto il sostegno di diverse realtà associative, come ACAD su tutte che ha patrocinato anche la video inchiesta realizzata da Dadalab produzioni. Come sempre il sostegno delle comunità, dei movimenti, dei cittadini comuni è presente. Invece dalle Istituzioni, dallo Stato, dall’Arma dei Carabinieri avete mai ricevuto qualche testimonianza di vicinanza, delle scuse, qualsiasi cosa che dimostri un minimo di interessamento da parte di chi ci dovrebbe proteggere?

In uno Stato assente e sordo davanti a questi casi l’unica forma di sostegno mi è arrivata dalle tante Associazioni che si sono attivate per dare voce al malcontento di noi familiari vittime di questo sistema, da tutte le famiglie che come me hanno subito lo stesso dramma e che ancora si battono per ottenere giustizia per i Loro cari, dagli amici di mio figlio, dalle persone che hanno avuto modo di conoscere la storia di Massimo attraverso giornali, tramite i social network o dal video inchiesta “Mi chiamo Massimo e chiedo giustizia” prodotto da Dadalab con la regia dell’amico Dario Tepedino e devo dire che è anche grazie a loro se ho trovato la forza di condurre questa dura lotta per la verità. Il loro sostegno è stato ed è fondamentale per la diffusione e sensibilizzazione verso tutti coloro che, vuoi per la mancanza di fiducia nelle istituzioni o per paura di ritorsioni, non osano dar voce ai propri pensieri, avrei tanto voluto che tutto questo mi fosse stato dato anche dalle Istituzioni! Invece da parte loro solo silenzio, un silenzio assordante e offensivo, nessuna parola di scusa è mai uscita né da parte dell’Arma né da parte del carabiniere coinvolto. L’unica volta che ho sentito la loro voce è stato quando “con la stessa delicatezza che può avere un elefante in un negozio di cristalli” con una nota del 7 marzo 2013 prot. n. 223/8-3-2011, a nome della superiore Scala Gerarchica, mi venivano chiesti i risarcimenti per i danni subiti dal carabiniere! Ecco, questo è il modo allucinate con cui sono stato trattato. Per non dire che per tutto il periodo che và dal 20.8.2011 (data fatale a Massimo) e fino alla data del processo del 5 luglio 2013, mai nessuna parola o quantomeno una spiegazione su come procedevano le indagini è mai emersa, nonostante io fossi parte interessata non avevo diritto ad alcuna spiegazione e dirò di più, sia il Capitano che altri colleghi del carabiniere, all’epoca dei fatti, hanno addirittura reso una dichiarazione spontanea, “dichiarazione tra l’altro allegata agli atti processuali”, atta a fornire giustificazioni circa il mal operato del fermo effettuato dai due colleghi sul posto dove è stato fermato il proseguo terreno della vita di mio figlio Massimo. Nonostante questo atteggiamento li ringrazio perché mi hanno fatto capire che ero nel giusto e che non dovevo fermarmi, bensì andare avanti nella ricerca della verità, cosa che ho fatto e che continuerò a fare.

FONTE: Young.it

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