UNA SENTENZA FA GIUSTIZIA PER LA MORTE DI MASSIMO CASALNUOVO

23 Dicembre, 2015 0 Di admin
Una veglia in memoria di Massimo Casalnuovo organizzata dagli esponenti del Comitato giustizia e verità per Massimo. - Pagina facebook di Giustizia e verità per Massimo
Una veglia in memoria di Massimo Casalnuovo organizzata dagli esponenti del Comitato giustizia e verità per Massimo. (Pagina facebook di Giustizia e verità per Massimo)

Secondo i carabinieri che lo fermarono, l’appena ventunenne meccanico, a bordo di uno scooter Kotir 50 blu, non si fermò all’alt e nel tentativo di fuggire tentò di investire uno di loro prima di perdere il controllo del mezzo e di schiantarsi. Dopo quattro anni e mezzo di battaglie giudiziarie, denunce e intimidazioni, emerge ora un’altra verità, la stessa che era apparsa chiara a molti subito dopo il fatto: Massimo Casalnuovo fu ammazzato e lo sarebbe stato una volta di più se l’indifferenza e l’omertà avessero avuto la meglio sulla tenacia di familiari e amici.

Ad ascoltare la lettura della sentenza davanti alla corte d’appello di Potenza, alle 13.15 del 21 dicembre 2015, insieme ai familiari del giovane c’era un pubblico che non si sarebbe mai visto in un’aula di tribunale se la morte del giovane meccanico fosse stata archiviata nella Spoon River silenziosa degli incidenti stradali sulle strade italiane e se essa non fosse stata vissuta come profondamente ingiusta e insensata dai suoi concittadini: gli esponenti del Comitato verità e giustizia per Massimo, attivisti del movimento No Triv, militanti dell’associazione Libera e di Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa.

Sono stati loro (insieme all’associazione A buon diritto guidata da Luigi Manconi ha presentato pure un’interrogazione in senato) a mantenere viva l’attenzione sul caso in tutti questi anni: hanno organizzato manifestazioni e fiaccolate affollate come mai si era visto da queste parti, raccolto denunce e testimonianze. Hanno persino realizzato un documentario, Mi chiamo Massimo e chiedo giustizia, che per far comprendere l’enormità dell’accaduto per la popolazione del paesino campano esordisce in questo modo: “Quando si parla di Buonabitacolo non si deve pensare a un paesino dell’hinterland difficile delle grandi città, ma a un borgo pacifico, dove le giornate trascorrono tranquille e le persone che si incontrano sulle strade si conoscono per nome”.


Nessuno di loro ha mai creduto alla versione ufficiale, secondo la quale Massimo Casalnuovo si era schiantato contro un muro nel tentativo di forzare il posto di blocco. Non c’era, invece, l’unico imputato: il maresciallo Giovanni Cunsolo, che all’epoca comandava la piccola stazione dei carabinieri di Buonabitacolo, comune il cui nome la dice lunga sulla sua salubrità, circondato com’è da una foresta di cerri che è uno dei polmoni verdi della Campania.

La rivolta di Buonabitacolo

Gli amici e compaesani di questa comunità che non raggiunge i tremila abitanti non avevano avuto dubbi fin dal primo momento. I primi soccorritori, dalle abitazioni vicine al luogo dell’accaduto e da un bar poco lontano, si erano trovati di fronte una scena agghiacciante: il ragazzo era a terra agonizzante, mentre i due carabinieri minimizzavano con tono arrogante la gravità di quanto accaduto. Fu l’atteggiamento dei militari a scatenare la rabbia dei cittadini, che pretendevano che a fare i rilievi non fossero loro ma la polizia. “Signò, non vi preoccupate che non sta morendo”, avrebbe detto uno dei militari alla signora Marianna Marchesano, tra le prime ad accorrere.

Di lì a poco, sul luogo dell’incidente, man mano che la notizia della morte del ragazzo si diffondeva, cominciarono ad accorrere amici, conoscenti e comuni cittadini indignati. Così quella sera a Buonabitacolo, tranquilla provincia meridionale in cui i conflitti faticano da sempre a manifestarsi, esplose una rivolta che fu arginata dopo ore e con grandi difficoltà. Le forze dell’ordine dovettero chiedere immediati rinforzi dai comuni circostanti per non essere sopraffatte e per settimane in paese non si vide circolare un agente, nel tentativo di non esasperare gli animi. Il giorno dei funerali del ragazzo, la caserma dei carabinieri dovette essere blindata per il timore che fosse presa d’assalto.

Fu fatta filtrare la notizia che si trattava di un giovane turbolento, già nel mirino degli agenti

La strategia dell’arma è stata fin da subito di sopire e annacquare. La lontananza del paesino dai riflettori mediatici avrebbe aiutato a non far esplodere il caso, confidando che il tempo avrebbe contribuito a far cadere la vicenda nel dimenticatoio. Per tv e giornali locali fu confezionata una versione che non ammetteva repliche: Massimo Casalnuovo viaggiava senza casco né assicurazione, per evitare la multa e il sequestro del mezzo non si era fermato allo stop e, nel tentativo di forzare il blocco, aveva accelerato tentando di investire il maresciallo – che era rimasto ferito al piede – finendo per perdere il controllo dello scooter e cadere rovinosamente.

Qualche tempo dopo il padre del giovane morto, Osvaldo Casalnuovo, entrò in possesso persino della richiesta di risarcimento, da parte del maresciallo, all’assicurazione del motorino del figlio, per essere stato investito da quest’ultimo. Contestualmente, fu fatta filtrare la notizia che si trattava di un giovane turbolento, già nel mirino degli agenti. Chi lo conosceva lo descrive invece come una persona “tranquilla e riservata”, che passava giornate intere a lavorare nell’officina del padre. Falsità intollerabili, agli occhi della piccola comunità di Buonabitacolo, che rimarrà profondamente segnata da questa vicenda. Sarà questo che spingerà più di uno a rompere il silenzio.

La vicenda sarebbe stata insabbiata, come previsto, se nei giorni seguenti non fosse spuntato un testimone oculare che racconterà un’altra versione dei fatti, molto diversa da quella ufficiale. Si trattava di un ragazzo che era stato fermato insieme a un amico allo stesso check point pochi istanti prima di Casalnuovo. Il giovane racconterà agli inquirenti di aver visto il maresciallo Cunsolo sferrare un violento calcio al motorino, facendolo sbandare e andare a sbattere contro il muretto. Nel verbale si legge: “Il carabiniere è balzato fuori dall’auto dove stava redigendo il verbale (perché i due fermati viaggiavano senza casco, ndr) e ha cercato di fermare il motorino. Il conducente lo ha evitato, il militare ha sferrato un calcio sul lato sinistro del mezzo. Il ciclomotore ha percorso ancora alcuni metri sbandando, poi ha sbattuto contro un muretto a secco di un ponte che sovrasta il fiume Peglio. Il ragazzo che lo guidava è stato sbalzato a terra, aveva sangue sulla fronte e non appariva cosciente”.

L’insurrezione silenziosa dei cittadini di Buonabitacolo contro l’ingiustizia palese non si è fermata qui. Un altro testimone, firmandosi “un onesto cittadino” per timore di ritorsioni, spedì una lettera alle istituzioni locali nella quale ricostruiva nei dettagli l’accaduto e accusava pesantemente il maresciallo di violenze pure in altre occasioni, ma a suo dire le vittime non avevano mai denunciato per paura. Le ultime righe contenevano una richiesta inquietante: l’anonimo estensore chiedeva l’intervento dell’antimafia, per indagare sui rappresentanti dello stato.

I carabinieri del posto di blocco non erano stati neppure allontanati da Buonabitacolo

Nei giorni seguenti, testimoni e amici di Massimo furono buttati giù dal letto all’alba, le loro abitazioni perquisite alla ricerca di video e foto degli scontri della sera dell’incidente. La perquisizione fu interpretata come un’intimidazione, per distoglierli dal proseguire la battaglia per l’accertamento della verità sulla morte del loro amico. Ma non è servita a fermarli.

Per trascinare la vicenda fuori dal pantano di intrecci e protezioni reciproche tra autorità costituite locali, Osvaldo Casalnuovo prese carta e penna e scrisse a politici e giornali nazionali per raccontare la sua versione dei fatti e denunciare i muri di gomma che impedivano che la verità venisse fuori. La sua lettera, lunga e carica di una rabbia malcelata, esordiva così: “Sono passati poco più di tre mesi da quando, quella maledetta sera, è venuto a mancare Massimo, uno dei miei tre figli”.

Osvaldo aveva visto suo figlio morire in una maniera assurda e non ci stava che ora fosse pure dipinto come un teppista di provincia, mentre i carabinieri del posto di blocco non erano stati neppure allontanati da Buonabitacolo. Respingeva al mittente le accuse e chiedeva a chiunque avesse visto cos’era accaduto quella sera di raccontare, senza timore di ritorsioni. La missiva si chiudeva con una citazione dell’allora presidente della repubblica Giorgio Napolitano: “Chi si appresta a indossare una divisa deve rispettarla, onorarla, quindi la persona che lo fa deve servire i cittadini, per garantire loro sicurezza, l’incolumità di ogni cittadino”. Non ottenne grande attenzione.

Il processo lampo e l’inchiesta di Potenza

Una passeggiata sul luogo dell’incidente può aiutare a comprenderne la dinamica. Via Grancia è una strada abbastanza stretta e, nella penombra serale, poco illuminata. Il traffico è inesistente. Quando la superstrada che porta verso il golfo di Policastro s’interrompeva bruscamente una trentina di chilometri più in giù, a Caselle in Pittari, rimanendo per più di vent’anni una delle tante opere lasciate a metà del meridione e costringendo i vacanzieri estivi a incolonnarsi lungo la statale che costeggia i quasi duemila metri del complesso montuoso del Cervati, il vecchio borgo immerso nel verde poteva pure riempirsi di auto, in qualche occasione. Ora che la grande incompiuta è stata ultimata non ci passa quasi più nessuno, men che meno lungo una strada interna come quella che Massimo Casalnuovo imboccò, quella tragica sera di agosto, dopo una giornata di lavoro nell’officina paterna.

I carabinieri avevano messo l’auto di traverso lungo la strada per bloccare il passaggio, dopo una leggera curva, senza segnalare il posto di blocco. È possibile che la curva abbia impedito al giovane di accorgersi dell’alt. Si può anche ipotizzare che Casalnuovo abbia fatto finta di non vedere l’alt perché era senza casco e lo scooter non era assicurato, ma comunque sia andata nulla può giustificare il comportamento del maresciallo.

La polizia scientifica di Roma ha trovato tracce della vernice blu dello scooter di Casalnuovo sotto la scarpa del maresciallo

Massimo Casalnuovo morì in ambulanza. L’impatto del torace contro il muretto risultò fatale. Il maresciallo Cunsolo si fece medicare la ferita al piede, sostenendo che il ragazzo aveva tentato di investirlo e qualche tempo dopo papà Osvaldo entrerà in possesso della richiesta di risarcimento per l’infortunio all’assicurazione del motorino, una sorta di beffa oltre il danno. Né Cunsolo né il militare che era con lui, l’appuntato Luca Chirichella, saranno sanzionati dall’arma, e questo non farà che esacerbare gli animi. Solo in seguito saranno trasferiti per ragioni di opportunità, ma solo di pochi chilometri, nella vicina Polla.

Quello di primo grado davanti al tribunale di Sala Consilina sarà un processo lampo: senza ascoltare testimoni e rigettando le richieste dalla parte civile, il 5 luglio 2013 il giudice non accoglierà la richiesta del pm di condannare il maresciallo Cunsolo a nove anni e quattro mesi e al termine dell’udienza preliminare lo assolverà perché “il fatto non sussiste”. Per papà Osvaldo si trattò di una “sentenza scandalosa”. L’ennesima prova, a suo dire, di quel grumo di potere e relazioni clientelari tra le istituzioni che stringe in una cappa quel lembo periferico di Campania.

Il processo d’appello gli darà ragione, almeno nel merito della vicenda. La corte ha deciso di ripartire da zero: da febbraio a dicembre 2015 ha cercato prove ed esaminato indizi, interrogato i testimoni e ascoltato chi aveva qualcosa da raccontare. Il maresciallo Cunsolo non si è mai presentato davanti ai magistrati, mentre l’appuntato Chirichella ha infarcito il suo interrogatorio di “non ricordo” e “non so”. I testimoni hanno raccontato del calcio sferrato al motorino “senza il quale Massimo sarebbe ancora vivo”, la polizia scientifica di Roma ha trovato tracce della vernice blu dello scooter di Casalnuovo sotto la scarpa del maresciallo, sono stati acquisiti i rilievi di due agenti della stradale che avevano rilevato una “traccia di natura gommosa sulla carenatura posteriore sinistra” e una “marcata impronta sulla sella del ciclomotore”, entrambe “verosimilmente” attribuibili alla scarpa del maresciallo.

Un omicidio preterintenzionale

Alle 10.50 del 22 dicembre i giudici sono entrati in camera di consiglio. Due ore e mezza dopo ne sono usciti con il verdetto di colpevolezza per Cunsolo: il maresciallo è stato condannato per omicidio preterintenzionale a quattro anni e sei mesi di carcere, a cui si sommano l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni e un risarcimento di centomila euro ai familiari. È stata così resa giustizia a una morte che non trova giustificazione e sanzionato l’ennesimo abuso da parte delle forze dell’ordine, figlio di una maldestra, immotivata e violenta interpretazione del ruolo da parte di un maresciallo dai modi da sceriffo.

Ma a uscire con le ossa rotte dalla vicenda non è solo la “mela marcia” condannata, ma tutti quelli che hanno fatto in modo che le denunce cadessero nel vuoto e chi non ha avuto il coraggio di far emergere la verità. Agli occhi di chi si è impegnato a ricostruire i fatti così come sono accaduti e non come sono stati raccontati nei comunicati stampa dei carabinieri, in un sud dai cliché rovesciati dove ci si può trovare a doversi difendere da chi dovrebbe proteggere i cittadini piuttosto che dalle mafie, si tratta di “una sentenza storica”, perché “la verità si è sbarazzata di tutti quei tentativi di depistaggio che hanno osato contrastarla fin dal primo momento”.

Ora potrà essere rimessa al suo posto anche la targa sotto il monumento che un artista locale, Arturo Ianniello, ha realizzato vicino al luogo dell’uccisione di Massimo Casalnuovo. C’era scritto “vittima di un’ingiustizia” e il comune ingiustamente l’aveva fatta rimuovere.

FONTE: Internazionale

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